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GLI ANNI IN “BIANCO E NERO” DI LUCA, COLPITO DA LINFOMA NON HODGKIN IN 3° STADIO. MA LA VITA CHIAMA, ED È UN’ESPLOSIONE DI COLORI: NASCE JACOPO

GLI ANNI IN “BIANCO E NERO” DI LUCA, COLPITO DA LINFOMA NON HODGKIN IN 3° STADIO. MA LA VITA CHIAMA, ED È UN’ESPLOSIONE DI COLORI: NASCE JACOPO
Comunicati stampa, Storie

L’Istituto Oncologico Veneto sceglie questo papà per celebrare il 19 marzo. Il DG Benini: «La malattia insegna a capitalizzare il tempo, ancor di più se sei giovane, inserito in un tessuto sociale, familiare, lavorativo. In occasione della festa del papà ci stringiamo attorno ai padri che sono nostri pazienti, a quelli che lo sono stati, e quelli che grazie alle nostre cure, un giorno potranno diventarlo, ma anche ai papà che lavorano in tutte le nostre sedi».

In foto Jacopo, 5 anni, indossa i panni del supereroe con elmetto in testa e scudo in mano. Ma a casa è papà Luca il vero “superman”. Diventare padre: un dono della vita, che per taluni si traduce in pura magia, come se quella vita “chiamasse” con una voce più forte di tutto quello che sta attorno, attutendone l’eco, i dolori, le ferite. Lo sa bene Luca, oggi quarantenne, marito di Vanna e papà di Jacopo: questa è la sua attuale fotografia a colori ma la storia del “Luca di oggi” è l’esito di una lunghissima sequenza di fotogrammi in bianco e nero.

«È febbraio 2012: ho 33 anni, convivo con la mia fidanzata, ho un lavoro autonomo, sono sportivo, gioco a calcio e mi alleno tre volte la settimana, sto ristrutturando casa e a settembre mi sposo – racconta il giovane uomo, trevigiano di Loria – Insomma, tutto programmato, pianificato, fantastico». Improvvisamente il quadro idilliaco cade rumorosamente dal chiodo. «Boom! Cosa succede? Una sera sto male, vomito e al mattino mi trovo con gli occhi viola. Vado dal medico, chiedo il motivo e la sua risposta è semplice: “Luca, si sono rotti dei capillari probabilmente nello sforzo che hai fatto per vomitare”. Quindi tutto passa in secondo piano o quasi, la mia attenzione si concentra sul matrimonio di mio fratello, di lì a pochi giorni. Non importa per le foto della cerimonia, mi dico, tanto con Photoshop si può fare di tutto, ma la verità è che non ero proprio uno spettacolo. Trascorrono i giorni, più di un mese e l’ultimo lunedì di marzo mi sveglio che mi fa male il braccio sinistro, la notte successiva un dolore continuo, il martedì idem, mercoledì lo stesso, e allora si va in ospedale». Dopo sei giorni di ricovero Luca viene dimesso, diagnosi: pericardite, linfonodi gonfi e una massa da identificare nella parte del timo.

«Era il giovedì santo, torno a casa con la mia futura moglie e vado subito da mio fratello, tutti preoccupati e con un grandissimo punto di domanda fino alla PET di fine aprile. Prima dell’esame, il medico mi dice: “Luca, qualunque cosa sia, testa bassa e avanti che ce la fai”. Esito: linfoma non Hodgkin terzo stadio. Il mio medico di base mi dice: “Luca, andiamo a Padova, facciamo un prelievo per esame istologico al policlinico e poi si fa quello che si deve fare”. E io rispondo: “Dove dottore?”. E lui: “Dove trovi fiducia”. Ed ecco l’Istituto Oncologico Veneto su consiglio della fidanzata di un mio caro amico. Mi fido delle persone, penso che tutti possano volere bene e quindi decido per lo IOV. Conosco la dottoressa Savina Aversa, indimenticabile dottoressa, che mi dice “Luca, dobbiamo fare queste terapie, ma il destino te lo decidi tu”».

L’uomo conosce così il dottor Dario Marino, oncologo medico dell’Unità operativa complessa di Oncologia 1 diretta dalla dottoressa Vittorina Zagonel, che lo seguirà da lì in avanti. «Ecco, sembra tutto semplice, sembra tutto facile, dai che di sicuro si risolve. Sì lo è, quando hai una persona vicino che diventerà tua moglie, un papà, un fratello, una cognata, una grande famiglia, un mondo di amici che sanno chi sei e una mamma che da poco se ne è andata dopo una malattia lunga vent’anni. La persona che ti ha dato la vita, un mese prima di morire, immobile a letto, ti dice: “Luca, ricorda che ci sono persone che stanno peggio di me, allora devi solo imparare, capire e affrontare tutto con la forza di un leone”. Poco importa elencare ora tutta la trafila di esami e terapie, conta che oggi sto bene, sono sposato, e nel 2017 sono diventato papà di Jacopo. Devo solo ringraziare tutte le persone che ho incontrato e conosciuto nel “mondo dello IOV”, la mia famiglia, mia moglie, gli amici, il calcio. Un grazie di cuore al dottor Marino che mi ha salvato la vita: grazie, grazie, grazie, gli voglio bene».

Il consiglio per guardare al mondo con occhiali colorati? «Nella vita dobbiamo cercare di avere meno paura del male – conclude il papà – e per quanto possibile accettarlo, avere fiducia, non abbattersi, non mollare, sorridere per dare speranza». Adesso a sorridere sono in tre: Luca, Vanna e Jacopo.

«La malattia insegna a capitalizzare il tempo, ancor di più se sei giovane, inserito in un tessuto sociale, familiare, lavorativo – sottolinea il direttore generale dello IOV-IRCCS, Patrizia Benini – In occasione della festa del papà abbiamo voluto raccogliere la testimonianza di Luca per lanciare un messaggio di speranza a tutti coloro che stanno affrontando la malattia, un percorso sempre angosciante, spesso tortuoso. Insieme a Luca vogliamo celebrare la festa di tutti i padri che sono nostri pazienti, a quelli che lo sono stati, e quelli che grazie alle nostre cure un giorno potranno diventarlo, ma anche i papà che lavorano nei nostri reparti, nelle corsie, nei day-hospital, negli ambulatori, negli uffici delle nostre sedi di Padova, Castelfranco Veneto, Schiavonia».

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